EDOARDO BEATO
Artista è la’anima risvegliata da un dàimon : il dàimon della visione. Gli acceca gli occhi prima di mostrare, gli azzera il colore prima di generarlo, gli fa obliare le forme prima di concepirle, lo denuda di tutto il superfluo, lo conduce al deserto dei sensi.
Quel dàimon , poi, lo sospinge ad un reame invisibile ai piú. Là, le cose non divengono, ma sono. Stanno nella loro essenza in quella’attimo eterno di premonizione che precede ogni incontro. Là, la storia non esiste poiché la’evento non è mai sorto, poiché il tempo si raggela come prima della’aurora per diventare trasparente, per diventare via alla contemplazione ogni volta non di un albero, ma della’Albero, della’unico albero possibile.
Ca’è il presagio che questi alberi sorgano dove il tempo finisce. Quel tempo ai cui bordi dimorano antiche rimembranze in perenne attesa, dove la’aria raddensa in luce, dove la’odore della’assenza richiama nostalgia. La potenza di questa natura non ha nulla di naturalistico, tutta intrisa di una sola vastità interiore essa impone la superiorità del paesaggio spirituale. Fermo e supremo sta il destino di ogni accadimento nella forma simbolica della’Albero, la cui presenza vanifica ció che è fugace ed estraneo: lo scorcio.
Queste distese non sono abitate che da arborescenze solitarie; non ospitano – né possono ospitare – alcunché di diverso poiché, in quanto forze plasmanti, sono esse stesse a vivere colui che il dàimon ha prescelto. E la’artista sa’inebria di solitudine, amara dolcezza come necessario viatico al luogo interiore dove ca’erano stati anche momenti felici trascorsi tra le braccia di quegli alberi.
Quegli alberi…
Alberi-testimoni di chi contempla la’unicità incomunicabile della propria esistenza e inverte il corso del decadere: per i colori del suo mondo è tempo di ricomporsi nella potenza del Bianco, nella potenza del Nero come fossero stanche, sfiniti, disorientati dalle carezze di bizzarre primavere e torride estati.
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