ELISABETTA MARIA VANZELLI

Avere l’occasione di avvicinarsi a un’opera d’arte, con la possibilità di interpretarne il senso, è sempre un privilegio. E se la circostanza si accompagna a un autore di cui se ne conosce l’indole, l’avvenimento si carica di ulteriore pathos, poiché si verifica – o almeno così suggerisce l’istinto – una comprensione più limpida di quanto viene narrato. Rifletto su questa opportunità scorrendo le immagini delle ultime tavole di Alberto Fiorenzato, amico di lunghissima data, pittore, architetto, viaggiatore, un’anima che si potrebbe senz’altro definire carica di suggestioni, senza per questo perdere il senso concreto delle cose, e anzi, fortemente radicata nella quotidianità ‘del fare’ e ‘dell’esserci’, nel senso più umanistico dei termini. I lavori che mi vengono presentati scandiscono poco meno dell’ultimo decennio della sua attività e se da un lato celebrano un linguaggio che non cessa di sperimentare – lo si percepisce nell’immediato – dall’altro lasciano affiorare la relazione di fondo con ciò che è trascorso. Anche il più piccolo mutamento di stile echeggia le basi di una ricerca pittorica – ma si potrebbe intendere ‘personale’ – che considera il mestiere dell’arte nel suo insieme, come un unico percorso al di fuori di categorie prestabilite e fortemente influenzato dal cammino intimo dell’autore. Di più: se è vero che esistono immagini che possono essere colte con un solo sguardo, comprensibili nella propria interezza in modo perfettamente chiaro, ciò non accade con i dipinti di Fiorenzato. O meglio dire: a una visione d’insieme, definita dai limiti dell’opera, si predilige, per impulso, un graduale avvicinamento al quadro, ovvero una perdita d’occhio della forma complessiva generata da una sorta di immersione inclusiva nel colore, elemento che per primo, e più di tutti, connota – anche emotivamente – gran parte delle opere in questione. In termini di stile, il riferimento più prossimo conduce a una pittura che potremmo definire ‘atmosferica’, tanto risultano impercettibili le gradazioni o i passaggi di colore da una zona all’altra, e tanta è la precisione e la cura con cui esse maturano, in piena corrispondenza alla cifra più autentica del pittore. Ma il riferimento si presta a ulteriori riflessioni di contenuto, se per ‘atmosferico’ vogliamo intendere anche una sensazione di intimità vibrante, di partecipazione e di effettivo coinvolgimento all’interno degli ambienti di diversa natura descritti dall’autore. Quasi fossero metafora di esperienze vissute, i paesaggi, ad esempio – soggetti tra più cari a Fiorenzato – appaiono immersi in monocromie diafane, oppure descritti attraverso cariche di colore vaporose, rarefatte, o ancora sollecitati da modulazioni più dense per consistenza e scelta cromatica. Gli elementi della natura arrivano a perdere la propria definizione, l’autore sottrae il nome alle cose e procede per mezzo di rivelazioni che, come giustamente è stato suggerito altrove, rimandano a momenti quasi epifanici. Alcune tavole si spingono a un grado di completa astrazione, tuttavia nel senso più storico del termine, quando il raggiungimento di ciò che appariva immateriale e incorporeo nasceva da un principio di sintesi fermamente ancorato all’immagine reale. Questa pratica, che porta con sé una grande conoscenza della materia pittorica, ancora una volta non allude ad altro se non alla natura stessa dell’artista, e vale la pena ribadirlo nella misura in cui si desidera evidenziare la più naturale e fragile tra le attitudini di chi si adopera in questo mestiere, ovvero quella del ricorso alla memoria e a un incessante esercizio di ‘scavo’ interiore del proprio Io. Ci insegna la Storia dell’Arte quanto il fine ultimo di questo procedimento aneli ad una sorta di ‘autoconsapevolezza’ che possa in qualche modo attenuare, lenire o colmare ciò che l’animo dell’artista, per propria natura, vive con tormento o partecipazione greve. E pure, complementare a quest’impeto, convive nella pittura di Fiorenzato il suo esatto contrario, se consideriamo la predisposizione placida alla lentezza, il silenzio pacifico e riflessivo, la presenza umana – pur sporadica nelle tavole di questi anni – discreta e spesso solitaria, testimone non solo di esperienze personali (Perso in quel profumo dove annegavo la mia solitudine, 2018) ma anche di storie collettive del nostro presente (Exodus … in viaggio verso la libertà, 2016). Mi avvicino alla pittura di Alberto, raccogliendo su di Lui ognuno di questi pensieri, a cui aggiungo la convinzione sincera che molto di più andrà svelato da chi avrà il piacere, in questa ed altre occasioni, di incontrare le Sue opere e la Sua persona. Oltre alla completezza tecnica, emergerà, alla base di ogni dipinto, tutta la ricchezza di un’interpretazione personale che custodisce in sé le tante sfumature dell’animo umano.

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