STEFANIA PIERALICE

Nativo di Padova, Alberto Fiorenzato nasce nel 1953. In gioventù si dimostra particolarmente attratto dal disegno tecnico e dall’architettura, passioni che lo spingeranno a conseguire la laurea all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia nel 1983. Parallelamente al percorso accademico il Maestro padovano coltiva la sua precoce attitudine artistica, organizzando la prima personale nemmeno ventenne. Il suo itinerario stilistico non si rivela del tutto autoctono bensì risente di incontri e scambi dialettici con professionisti legati anche ad altri ambiti della conoscenza. Tra di essi spicca l’artista ed ex militante partigiano Roberto Anelli Monti “Milos” che lo inizia ai rudimenti della pittura e della scenografia, poi la psicologa Zanovello Anselmi con la quale ha modo non solo di scavare dentro di sé ma di introdurre l’elemento psicoanalitico ed introspettivo all’interno delle sue composizioni. Dal 1982 al 1984 si lega al Circolo Città di Padova e con alcuni componenti organizza varie rassegne di pittura. Successivamente Fiorenzato instaura con il Maestro Gianni Longinotti un sodalizio profondo e continuo nella ricerca tecnica, estetica e di pensiero che trova a tutt’oggi sempre nuovi confronti. La produzione dell’autore veneto si palesa come pura e spontanea Zeitgest del secondo Novecento, reinterpretazione autoctona e individuale di quelle grandi scuole pittoriche che dominarono la scena italiana del secondo dopoguerra. L’armonia compositiva risente in maniera autentica della solida formazione architettonica, con una ordinata e lirica gestione degli spazi e del tono coloristico. Il tocco del Fiorenzato si palesa soffice e calmo come la superfice dell’oceano ma allo stesso tempo nasconde in sé un moto perpetuo di correnti sottomarine. L’eufonia pittorica del primo accostamento alla pittura del Nostro cela all’interno di sé un sorprendente tumulto di emozioni che Fiorenzato ha avuto modo prima di conoscere poi di traslare sul supporto. La gestualità regolata dal tratto talora austero si rivela in realtà permeata di consistente assillo esistenziale, offrendo al fruitore la possibilità di ascoltare il battito del suo travaglio emotivo. L’artista esordisce mediante un figurativo dal tratto essenziale, composizioni dalle suggestioni trasognanti ibridano in egual modo surrealismo e metafisica. L’irruenza creativa della giovinezza volge quasi esclusivamente verso la resa materica dei suoi istinti primordiali interconnessi agli strati più cavernosi del subconscio. Si noti come la rappresentazione soggettiva si perda volgendo un progressivo accostamento verso una produzione prevalentemente aniconica, la dicotomia fra astrazione e figurativismo è un elemento persistente della carriera dell’autore veneto, i cui cicli di produzioni oscillano pedissequamente fra allusioni simboliche e riproduzione ontologica della realtà. Gli anni ’70 si aprono con un’adesione all’astrattismo di ispirazione geometrica, proponendo dei modulati volumetrici netti e definiti, egli costruisce lo spazio mediante un sapiente equilibrio di colori utilizzati, magistralmente declinati attraverso un polifonico scambio di pieghe e curve, docili, ondulate, lumeggiature cangianti, chiarori intensi e vivi. Nelle composizioni più ardite come Carnevale del 1976 l’autore ci nutre con il suo linguaggio intriso di segni liberi fatti di tracce, di fughe e di ritorni, circoscritti in masse curvilinee di colore addensate d’azzurro. Molto più quieta ed “accademica” si rivela la produzione del decennio successivo, Evasione P del 1982 ci rimanda immediatamente alla gamma cromatica e agli equilibrati ritmi del grafismo generato attraverso i rapporti fra le forme poligonali ed i colori caldi di Manlio Rho. Gli albori del XX secolo vedono il pittore padovano completamente concentrato in meditazioni di natura paesaggistica. Nella produzione di questa fase la grisaglia assurge ad elemento principe; l’utilizzo del grigio è declinato in vari toni, dal più scuro al più chiaro, ed immesso sulla tela per creare una “base” per sovrapporre i vari elementi scenografici. Questi suoi paesaggi appaiono sinfonie di tormentata melanconia, il fruitore si trasfigura in errabondo esule all’interno di brughiere caliginose pervase da profondi ricordi che riaffiorano alla memoria. È autentico spleen ciò che percepiamo osservando “Talvolta vorrei sollevarmi da questa vita e cercare nuovi orizzonti del 2001”, la cui chioma fiammeggiante rimanda subito a Van Gogh mentre la tendenza progressiva all’astrazione omaggia la fase giovanile di Mondrian. Nella sua produzione matura, Fiorenzato si approccia alla Transavanguardia mediante un figurale che costruisce scene allegoriche popolate da figure umane i cui rapporti di interrelazione ci giungono allusivi ed ignoti. La portanza simbolica dalle malie disorientanti ci restituiscono in parte il tratto di Sandro Chia e di Enzo Cucchi, mentre le scene si caratterizzano per un’espressione invasiva del gesto, attraverso il quale la tela si eleva a ricovero di immagini e pensieri, veicoli di un discorso frastagliato in mille sospensioni. La presenza di vari simboli, di matrice classica o onirica, strappati all’attualità o alla memoria, si sovrappongono e dialogano sul tenue tessuto cromatico dal grigiore soffuso. Nonostante le attitudini scientifiche, la produzione di Alberto Fiorenzato si dimostra deliberatamente svincolata dall’invadenza del razionale; il Maestro padovano si lascia condurre in una rappresentazione estatica di immagini fantasiose, sia manifestatamente astratte, che realistiche. È evidente come l’indole del Nostro si sposi maggiormente con quella del poeta romantico, attraverso una semantica che segue scrupolosamente il suo sentire più profondo, il suo io interiore.

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